21 gennaio. La figura di Padre Manuel - Parrocchia San Vincenzo

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21 gennaio. La figura di Padre Manuel

Vita della parrocchia > Altre attività > Pomeriggi Insieme. > Ultimi incontri
L'intervento di P. Angelo Borghino
La copertina del libro di S. Rapposelli
L'intervento di Silvana Rapposelli autrice della Biografia
Il volantino d'invito all'incontro
Galleria fotografica dell'incontro
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Presentazione libro su padre Emmanuel
Parrocchia San Vincenzo de’ Paoli
 
21 gennaio 2018
 
 
Padre Emmanuel: Frate Cappuccino e grande educatore “Vocazione e paternità”
 
1. In questo titolo, che in qualche modo orienta il mio personale intervento, è certamente sintetizzata l’esperienza del nostro “padrino”, come lo chiamava don Giussani; un uomo vivo, in cui la gloria di Dio ha dato testimonianza di sé, come scrive mons. Paolo Martinelli nella Postfazione del libro; un “cappuccino intenso e creativo”, come ebbe a definirlo il Card. Scola nel messaggio di cordoglio inviato il giorno del funerale di padre Emmanuele all’allora Provinciale dei Cappuccini di Lombardia, messaggio riportato nel libro a p. 54. Due definizioni del padre che trovano una attestazione unanime nelle testimonianze riportate nel volume, che sono, per ora, un parziale ma significativo riverbero della sua intensità di vita e di esperienza.
 
Vocazione e paternità
: due parole decisive, che personalmente oggi sento molto più reali e concrete anche per la responsabilità che da più di quindici anni mi è stata affidata di accompagnare il percorso vocazionale di verifica e di scelta definitiva di molti giovani frati cappuccini in vista della loro professione perpetua e dell’ordinazione presbiterale. Ma due parole che anzitutto hanno segnato e segnano il mio personale cammino di frate a partire dall’incontro con padre Emmanuel, un incontro non cercato, ma avvenuto in modo imprevisto e ‘casuale’, a metà percorso dei miei studi universitari in Cattolica quando mi fece la proposta di andare a vivere con lui in via Kramer, insieme ad altri ragazzi che stavano verificando una ipotesi vocazionale alla scelta della verginità; proposta che, non so bene perché, accettai (la sventurata rispose!).
In questo invito riconosco con chiarezza l’inizio di un cammino di verifica di una vocazione, che è passata attraverso il rapporto con padre Emmanuel e che, non senza resistenza e anche tentativi da parte mia di sviare in qualche modo il cammino, mi ha condotto dopo anni di vita con lui ad “arrendermi all’evidenza” e a dire di sì a Cristo entrando in convento. In tutto questo percorso, il padre Emmanuel mi è stato compagno con grande discrezione e rispetto, provocando la mia libertà con il suo modo di essere e di vivere, con le sue parole, con i suoi giudizi, con i suoi richiami anche, con cui non ti dava tregua nello stare di fronte alla realtà, in qualunque suo aspetto, anche quello che potevi giudicare banale o di scarsa importanza. Con il tempo avevo imparato concretamente da lui che, in realtà, non c’è nulla di banale, ma tutto può essere provocazione del Mistero alla mia vita. In questo lasciarmi provocare dalla realtà e dalle circostanze che accadono, mi si è chiarito anche il riconoscimento della chiamata del Signore, rispetto alle mie altre prospettive sul futuro della vita.
 
2. Il primo fattore della testimonianza del padre: è la vita vissuta come vocazione, come coscienza che la realtà anzitutto ti interpella in tanti modi, quella realtà che è il segno del Mistero che si rende presente alla nostra vita. È nell’impatto con la realtà che viene fuori il fatto che la vita è vocazione, ha in se stessa una dinamica vocazionale.
 
Che cosa è la realtà, di che cosa è fatta concretamente?
    La realtà è fatta soprattutto di rapporti, di legami che si intrecciano, e di circostanze, di situazioni che accadono. La realtà non è un oggetto da analizzare come in laboratorio, non è il termine di una analisi neutrale o di un nostro controllo, ma è qualcosa che si manifesta a noi, ci viene incontro come evento, ossia qualcosa che si para davanti e ci interpella, ci provoca. La realtà non ce la inventiamo e costruiamo noi, non sta sotto il nostro controllo, ma è qualcosa che accade, che si presenta alla mia vita, alla mia libertà, che entra dentro, ossia mi ‘inter-essa’, mi attraversa, mi desta a qualcosa, mi stupisce.
La realtà ci sorprende e ci provoca: sta davanti a noi con l’urgenza di un invito. Allora ciò che accade, quella persona che incontri e che ti colpisce per un accento particolare, quel fatto che magari ti ferisce, quella situazione inattesa, ecc., appare come una provocazione a volgersi verso quella persona o quella circostanza. La realtà bussa alla porta della mia vita e domanda di entrare in modo che io reagisca, che mi desti, ponga domande, faccia venir fuori quello che sono.
È chiaro che, nella misura in cui si è impegnati seriamente con la propria umanità, allora il reale mi provoca, mi interessa; la realtà urge e provoca le domande sulla verità delle cose, sulla loro consistenza, sul fondamento di tutto, sulle implicazioni che ha per me.
La realtà nel suo accadere mi chiama: allora la vita è vocazione perché la realtà è evento, fatto che accade, ed è così pro-vocazione alla mia vita.
 Padre Emmanuel ha riconosciuto per la sua vita una vocazione particolare, cui il Signore lo chiamava, attraverso l’incontro con il carisma di Francesco d’Assisi mediato dalla testimonianza dei frati cappuccini della sua parrocchia “ma il poter riconoscere una tale chiamata era dentro ad una educazione alla vita come vocazione, una educazione a lasciarsi educare dalle circostanze, dalle cose che capitano, dagli incontri che avvengono” qualcosa che, come ha sempre testimoniato il padre, aveva respirato in famiglia in modo naturale, soprattutto dall’educazione del padre, in particolare, e della madre. Una educazione a rispondere alla circostanza che era molto concreta, perché tale è la vita, e la verità di una posizione, di un atteggiamento di fronte alla vita si mostra sempre nel particolare concreto. Chi ha vissuto con il padre o ha avuto una frequentazione assidua con lui, conosce bene l’esempio della carta per terra che suo padre invitava a raccogliere, come risposta ad un invito che il Signore stesso faceva attraverso quel pezzo di carta; come ricorda il padre in una sua lezione-testimonianza su suo padre Oddone, riportata nel libro alle pp. 87 seguenti; a p. 9 ricorda questo esempio, che poi ha citato più volte a noi, costringendoci, nella semplicità dell’esempio, a paragonarci sul nostro atteggiamento davanti alla vita: “sto rispondendo al Signore che mi chiama attraverso questo fatto, questo incontro, questa persona, questa situazione, questa circostanza particolare?”
Padre Emmanuel ha testimoniato questa consapevolezza di stare di fronte al Mistero di Dio che istante per istante ci interpella, in tanti modi; una posizione che poi la compagnia con don Giussani ha reso ancora più vera e feconda. Non era certo facile per noi stargli dietro in questo suo atteggiamento, che ha un carattere drammatico, nel senso profondo del termine, perché la libertà ha un carattere drammatico nel suo essere interpellata a muoversi, a rispondere.
Il padre ha vissuto poi con intensità la coscienza della sulla chiamata particolare e specifica nel dono della verginità e del ministero presbiterale, interpretando tutto ciò come esperienza gratuita di misericordia.
Nell’omelia per il suo cinquantesimo di ordinazione così diceva: “Ed è una parola  quella che ha sempre accompagnato il mio cammino, l’esperienza più grande che ho fatto in questi cinquanta anni, e prima ancora, è stata un’esperienza di misericordia. La parola della liturgia di ieri mi colpiva proprio perché domandava: “Guidaci attraverso le esperienze della vita”. Io sono stato guidato attraverso l’esperienza della misericordia ed è giusto che io dica, vorrei poterlo dire a lungo ma non è il momento - ci vorrebbe un ritiro - vorrei poterlo dire a lungo come mai la mia è stata un’esperienza di misericordia. Perché è stata un’esperienza di gratuità totale, come se la mia libertà fosse tenuta in mano da un Altro. E infatti chiunque potrebbe interrogarmi e domandare: come fai ad esserci? ed esserci con questo particolare e responsabile compito che dura da 50 anni? Non l’ho scelto io, non l’ho scelto io. Sono stato scelto, direi prescelto; e così la mia vita è stata tessuta da una serie di incontri gratuiti attraverso i quali un Altro tesseva i fili di questi 50 anni, preceduti da altri anni con dentro il buio di chi non sa qual è la sua strada” (cf. testo p. 110).
E il padre poi ricordava alcuni di questi incontri decisivi: quello con suo padre, anzitutto, che per primo gli spalancò l’orizzonte di un cammino di vocazione; poi l’incontro con don Giussani, che coincise con tutto il suo percorso di sacerdote, dal 1954 in poi; un incontro nel quale in modo forte il Mistero si è reso presente al padre attraverso la faccia di don Giussani (cf. omelia nel trigesimo della morte di don Giussani; p. 117); poi l’incontro con la dottoressa Elena Amisano e la sua conversione il 21 gennaio del 1958, un evento che nessun libro di teologia poteva spiegare, se non la presenza gratuita del Mistero che opera nelle persone. E poi tanti incontri con tante persone che sono stati per lui il tramite dell’amore e della misericordia di Dio.
 
Questa percezione della vita come vocazione e la sua testimonianza di uomo chiamato, scelto da Dio per un compito particolare come quello del presbitero, ha fatto del padre una persona che ha suscitato molti cammini vocazionali, l’ha reso capace di suscitare molti cammini, tra i frati cappuccini e in altre realtà; anche la stessa capacità di far vivere il matrimonio come una forma vocazionale ben precisa e non come una forma minore. Senza essere un vocazionista di compito, sapeva suscitare percorsi vocazionali, sapendo anche rischiare in proposte dirette, invitando a paragonarsi con la possibilità di una chiamata da parte di Dio. Soprattutto, coinvolgeva in un rapporto, per cui la tua libertà veniva comunque sfidata, interpellata, messa in gioco.
 
3. Il secondo aspetto che colpisce della vita di padre Emmanuel e che vorrei sottolineare, seguendo l’indicazione del titolo dell’incontro, è quello della paternità! Una questione profondamente connessa alla vocazione di frate e di sacerdote, una dimensione vissuta sotto molteplici aspetti nel rapporto con le persone, una paternità spirituale, ma una dimensione che anzitutto imparò a casa sua nel rapporto con il padre Oddone, figura decisiva di educatore, come testimonia la lezione sul senso della paternità riportata del libro, che fa continuo riferimento alla sua esperienza personale di figlio.
Come frate e sacerdote padre Emmanuel ha vissuto profondamente questa dimensione; la gente chiama noi frati «padre». Questo è significativo. Ciò esprime qualcosa di radicato nella nostra vocazione: siamo chiamati ad essere persone mature, adulte, che si accompagnano ad altri uomini e donne, di ogni età, per aiutarli a crescere, e vivere una fecondità. Tanto più in questa società contrassegnata dall’assenza del padre, dalla scomparsa della figura di colui che, con autorevolezza, accompagna il figlio ad affrontare la battaglia dell’esistenza, con spirito positivo e costruttivo. I frutti di questa assenza della figura paterna sono manifesti, almeno in Occidente: crescente insicurezza dei giovani, continuo ritardare l’uscita dall’adolescenza, ecc. Lo psicanalista Massimo Recalcati parla a tale proposito di “complesso di Telemaco”, ossia del desiderio del ritorno del padre.
Cosa ha significato per padre Emmanuel vivere questa paternità nell’esperienza della fede?
Credo che anzitutto abbia significato comunicare a chi incontrava  - e sono stati molti - il senso per cui vivere. Una paternità è feconda quando comunica il senso della vita. D’altra parte, anche un padre o una madre che generano nella carne, generano per educare: essere padri e madri non è solo generare dal punto di vista biologico, ma vuol dire comunicare un senso della cose, della realtà, della vita, vuol dire educare, introdurre nel senso della realtà. Padre Emmanuel ha testimoniato quel senso ultimo della realtà che ha il volto dell’amore e della misericordia di Dio, di Cristo. Il padre comunicava questo amore totale a Cristo che lo muoveva, l’unica cosa veramente necessaria che non viene tolta (spesso il padre citava le parole di Gesù a Marta nella traduzione latina: porro unum necessarium); un amore a Cristo da cui scaturiva una capacità di abbraccio della realtà nella sua totalità, una capacità di sguardo tendenzialmente totalizzante o come amava dire lui, uno «sguardo cattolico», nel senso etimologico del termine, capace di non dimenticare nessun fattore e di valorizzare ogni particolare. E ci educava a questo sguardo.
Inoltre, vivere una paternità ha significato per lui vivere una autorevolezza nei confronti delle persone. Questo non vuol dire che era perfetto, senza limiti o smagliature; ma semplicemente che è stata una persona impegnata con la propria vita, entusiasta e grato della grazia che aveva ricevuto e che riconosceva nella tanta affezione che riceveva, come ancora ha detto nell’omelia per i suoi 50 anni di messa; una persona certa, sicura, non per superbia intellettuale o adesione ideologica a delle verità, ma perché seriamente abbandonata a Cristo. Ciò che mi colpiva in lui non era solo o tanto vedere un uomo di preghiera, un uomo amante della liturgia, anche se vogliamo un organizzatore efficace, un costruttore di luoghi (basti pensare a quanto ha realizzato in via Kramer o al villaggio di Edolo); soprattutto era vedere in lui un uomo vero che in Cristo aveva trovato lo sviluppo più autentico della sua intelligenza e la pienezza della sua vita affettiva; per cui era capace di accompagnare le persone non estraendole dalla vita quotidiana e normale, ma accompagnandole in essa, mostrando come lo studio, gli affetti, le difficoltà, i progetti per il futuro, tutto questo è più vero, più bello e più grande seguendo Cristo. In tutto questo si manifestava quella autorevolezza propria di una paternità feconda, che fa crescere il cammino degli altri.
Ancora: un elemento decisivo di questa paternità da lui vissuta era che questa paternità era del tutto relativa alla maternità della Chiesa; quella Chiesa che amava come il corpo di Cristo nella concretezza di ogni incontro e circostanza; un amore alla Chiesa vissuto nell’appartenenza ai Cappuccini, resa più feconda e lieta grazie all’incontro con don Giussani e con il carisma del movimento di CL.
Non era certo una paternità autoreferenziale la sua! Sapeva bene che è la Chiesa il grembo che genera i figli nel fonte battesimale, che li alimenta e li sostiene attraverso i sacramenti, la catechesi, l’appartenenza reciproca. Sapeva bene che è nella Chiesa, nella concretezza di una comunità fatta di rapporti e volti concreti, la fonte generativa della educazione. Aveva coscienza viva di essere servitore del corpo di Cristo. La sua persona non si frapponeva come schermo tra chi gli veniva affidato dalle circostanze e la vita del corpo di Cristo. Per questo poteva vivere una libertà nei rapporti, da una parte una intensità e passione nei rapporti, dentro i rapporti, dall’altra  una libertà rispettosa, vissuta certo in modo diverso a seconda di chi aveva davanti.
Chiudo con un’ultima sottolineatura su questo aspetto. Come ha potuto padre Emmanuel vivere così intensamente una paternità? Credo che abbia vissuto una paternità autorevole perché si è sempre riconosciuto figlio. Per essere padri occorre riconoscersi figli, ossia appartenenti a qualcuno e lasciarsi continuamente generare. Come diceva don Giussani, nessuno genera se non è generato; non si è padri e non si genera, ossia non si è fecondi, se non si ha nessuno come padre, se non ci si lascia sempre generare dentro un rapporto. Una paternità che rimanda ad un’altra, al mistero che sta all’origine della vita di ciascuno in ogni istante. Questa posizione del padre ha messo in lui la coscienza di essere sempre figlio e la voglia di essere generato. Padre Emmanuel ha testimoniato questo: nel rapporto di sequela con don Giussani, nel suo modo di lasciarsi continuamente educare e nutrire dalla liturgia quotidiana, dalla Parola di Dio abbondante. Questo fino alla fine, secondo quelle possibilità che il declino fisico gli ha permesso. Riconoscersi figlio, sapersi quindi voluto e amato, ha contraddistinto l’esperienza del padre come esperienza ultima di letizia.
 
  


L'intervento di Silvana Rapposelli

Padre Emmanuel: Frate Cappuccino e grande educatore 
“Vocazione e paternità”

1. In questo titolo, che in qualche modo orienta il mio personale intervento, è certamente sintetizzata l’esperienza del nostro “padrino”, come lo chiamava don Giussani; un uomo vivo, in cui la gloria di Dio ha dato testimonianza di sé, come scrive mons. Paolo Martinelli nella Postfazione del libro; un “cappuccino intenso e creativo”, come ebbe a definirlo il Card. Scola nel messaggio di cordoglio inviato il giorno del funerale di padre Emmanuele all’allora Provinciale dei Cappuccini di Lombardia, messaggio riportato nel libro a p. 54. Due definizioni del padre che trovano una attestazione unanime nelle testimonianze riportate nel volume, che sono, per ora, un parziale ma significativo riverbero della sua intensità di vita e di esperienza.

Vocazione e paternità: due parole decisive, che personalmente oggi sento molto più reali e concrete anche per la responsabilità che da più di quindici anni mi è stata affidata di accompagnare il percorso vocazionale di verifica e di scelta definitiva di molti giovani frati cappuccini in vista della loro professione perpetua e dell’ordinazione presbiterale. Ma due parole che anzitutto hanno segnato e segnano il mio personale cammino di frate a partire dall’incontro con padre Emmanuel, un incontro non cercato, ma avvenuto in modo imprevisto e ‘casuale’, a metà percorso dei miei studi universitari in Cattolica quando mi fece la proposta di andare a vivere con lui in via Kramer, insieme ad altri ragazzi che stavano verificando una ipotesi vocazionale alla scelta della verginità; proposta che, non so bene perché, accettai (la sventurata rispose!).
In questo invito riconosco con chiarezza l’inizio di un cammino di verifica di una vocazione, che è passata attraverso il rapporto con padre Emmanuel e che, non senza resistenza e anche tentativi da parte mia di sviare in qualche modo il cammino, mi ha condotto dopo anni di vita con lui ad “arrendermi all’evidenza” e a dire di sì a Cristo entrando in convento. In tutto questo percorso, il padre Emmanuel mi è stato compagno con grande discrezione e rispetto, provocando la mia libertà con il suo modo di essere e di vivere, con le sue parole, con i suoi giudizi, con i suoi richiami anche, con cui non ti dava tregua nello stare di fronte alla realtà, in qualunque suo aspetto, anche quello che potevi giudicare banale o di scarsa importanza. Con il tempo avevo imparato concretamente da lui che, in realtà, non c’è nulla di banale, ma tutto può essere provocazione del Mistero alla mia vita. In questo lasciarmi provocare dalla realtà e dalle circostanze che accadono, mi si è chiarito anche il riconoscimento della chiamata del Signore, rispetto alle mie altre prospettive sul futuro della vita.

2. Il primo fattore della testimonianza del padre: è la vita vissuta come vocazione, come coscienza che la realtà anzitutto ti interpella in tanti modi, quella realtà che è il segno del Mistero che si rende presente alla nostra vita. È nell’impatto con la realtà che viene fuori il fatto che la vita è vocazione, ha in se stessa una dinamica vocazionale.

Che cosa è la realtà, di che cosa è fatta concretamente?
La realtà è fatta soprattutto di rapporti, di legami che si intrecciano, e di circostanze, di situazioni che accadono. La realtà non è un oggetto da analizzare come in laboratorio, non è il termine di una analisi neutrale o di un nostro controllo, ma è qualcosa che si manifesta a noi, ci viene incontro come evento, ossia qualcosa che si para davanti e ci interpella, ci provoca. La realtà non ce la inventiamo e costruiamo noi, non sta sotto il nostro controllo, ma è qualcosa che accade, che si presenta alla mia vita, alla mia libertà, che entra dentro, ossia mi ‘inter-essa’, mi attraversa, mi desta a qualcosa, mi stupisce.
La realtà ci sorprende e ci provoca: sta davanti a noi con l’urgenza di un invito. Allora ciò che accade, quella persona che incontri e che ti colpisce per un accento particolare, quel fatto che magari ti ferisce, quella situazione inattesa, ecc., appare come una provocazione a volgersi verso quella persona o quella circostanza. La realtà bussa alla porta della mia vita e domanda di entrare in modo che io reagisca, che mi desti, ponga domande, faccia venir fuori quello che sono.
È chiaro che, nella misura in cui si è impegnati seriamente con la propria umanità, allora il reale mi provoca, mi interessa; la realtà urge e provoca le domande sulla verità delle cose, sulla loro consistenza, sul fondamento di tutto, sulle implicazioni che ha per me.
La realtà nel suo accadere mi chiama: allora la vita è vocazione perché la realtà è evento, fatto che accade, ed è così pro-vocazione alla mia vita.
Padre Emmanuel ha riconosciuto per la sua vita una vocazione particolare, cui il Signore lo chiamava, attraverso l’incontro con il carisma di Francesco d’Assisi mediato dalla testimonianza dei frati cappuccini della sua parrocchia “ma il poter riconoscere una tale chiamata era dentro ad una educazione alla vita come vocazione, una educazione a lasciarsi educare dalle circostanze, dalle cose che capitano, dagli incontri che avvengono” qualcosa che, come ha sempre testimoniato il padre, aveva respirato in famiglia in modo naturale, soprattutto dall’educazione del padre, in particolare, e della madre. Una educazione a rispondere alla circostanza che era molto concreta, perché tale è la vita, e la verità di una posizione, di un atteggiamento di fronte alla vita si mostra sempre nel particolare concreto. Chi ha vissuto con il padre o ha avuto una frequentazione assidua con lui, conosce bene l’esempio della carta per terra che suo padre invitava a raccogliere, come risposta ad un invito che il Signore stesso faceva attraverso quel pezzo di carta; come ricorda il padre in una sua lezione-testimonianza su suo padre Oddone, riportata nel libro alle pp. 87 seguenti; a p. 9 ricorda questo esempio, che poi ha citato più volte a noi, costringendoci, nella semplicità dell’esempio, a paragonarci sul nostro atteggiamento davanti alla vita: “sto rispondendo al Signore che mi chiama attraverso questo fatto, questo incontro, questa persona, questa situazione, questa circostanza particolare?”
Padre Emmanuel ha testimoniato questa consapevolezza di stare di fronte al Mistero di Dio che istante per istante ci interpella, in tanti modi; una posizione che poi la compagnia con don Giussani ha reso ancora più vera e feconda. Non era certo facile per noi stargli dietro in questo suo atteggiamento, che ha un carattere drammatico, nel senso profondo del termine, perché la libertà ha un carattere drammatico nel suo essere interpellata a muoversi, a rispondere.
Il padre ha vissuto poi con intensità la coscienza della sulla chiamata particolare e specifica nel dono della verginità e del ministero presbiterale, interpretando tutto ciò come esperienza gratuita di misericordia.
Nell’omelia per il suo cinquantesimo di ordinazione così diceva: “Ed è una parola quella che ha sempre accompagnato il mio cammino, l’esperienza più grande che ho fatto in questi cinquanta anni, e prima ancora, è stata un’esperienza di misericordia. La parola della liturgia di ieri mi colpiva proprio perché domandava: “Guidaci attraverso le esperienze della vita”. Io sono stato guidato attraverso l’esperienza della misericordia ed è giusto che io dica, vorrei poterlo dire a lungo ma non è il momento - ci vorrebbe un ritiro - vorrei poterlo dire a lungo come mai la mia è stata un’esperienza di misericordia. Perché è stata un’esperienza di gratuità totale, come se la mia libertà fosse tenuta in mano da un Altro. E infatti chiunque potrebbe interrogarmi e domandare: come fai ad esserci? ed esserci con questo particolare e responsabile compito che dura da 50 anni? Non l’ho scelto io, non l’ho scelto io. Sono stato scelto, direi prescelto; e così la mia vita è stata tessuta da una serie di incontri gratuiti attraverso i quali un Altro tesseva i fili di questi 50 anni, preceduti da altri anni con dentro il buio di chi non sa qual è la sua strada” (cf. testo p. 110).
E il padre poi ricordava alcuni di questi incontri decisivi: quello con suo padre, anzitutto, che per primo gli spalancò l’orizzonte di un cammino di vocazione; poi l’incontro con don Giussani, che coincise con tutto il suo percorso di sacerdote, dal 1954 in poi; un incontro nel quale in modo forte il Mistero si è reso presente al padre attraverso la faccia di don Giussani (cf. omelia nel trigesimo della morte di don Giussani; p. 117); poi l’incontro con la dottoressa Elena Amisano e la sua conversione il 21 gennaio del 1958, un evento che nessun libro di teologia poteva spiegare, se non la presenza gratuita del Mistero che opera nelle persone. E poi tanti incontri con tante persone che sono stati per lui il tramite dell’amore e della misericordia di Dio.

Questa percezione della vita come vocazione e la sua testimonianza di uomo chiamato, scelto da Dio per un compito particolare come quello del presbitero, ha fatto del padre una persona che ha suscitato molti cammini vocazionali, l’ha reso capace di suscitare molti cammini, tra i frati cappuccini e in altre realtà; anche la stessa capacità di far vivere il matrimonio come una forma vocazionale ben precisa e non come una forma minore. Senza essere un vocazionista di compito, sapeva suscitare percorsi vocazionali, sapendo anche rischiare in proposte dirette, invitando a paragonarsi con la possibilità di una chiamata da parte di Dio. Soprattutto, coinvolgeva in un rapporto, per cui la tua libertà veniva comunque sfidata, interpellata, messa in gioco.

3. Il secondo aspetto che colpisce della vita di padre Emmanuel e che vorrei sottolineare, seguendo l’indicazione del titolo dell’incontro, è quello della paternità! Una questione profondamente connessa alla vocazione di frate e di sacerdote, una dimensione vissuta sotto molteplici aspetti nel rapporto con le persone, una paternità spirituale, ma una dimensione che anzitutto imparò a casa sua nel rapporto con il padre Oddone, figura decisiva di educatore, come testimonia la lezione sul senso della paternità riportata del libro, che fa continuo riferimento alla sua esperienza personale di figlio.
Come frate e sacerdote padre Emmanuel ha vissuto profondamente questa dimensione; la gente chiama noi frati «padre». Questo è significativo. Ciò esprime qualcosa di radicato nella nostra vocazione: siamo chiamati ad essere persone mature, adulte, che si accompagnano ad altri uomini e donne, di ogni età, per aiutarli a crescere, e vivere una fecondità. Tanto più in questa società contrassegnata dall’assenza del padre, dalla scomparsa della figura di colui che, con autorevolezza, accompagna il figlio ad affrontare la battaglia dell’esistenza, con spirito positivo e costruttivo. I frutti di questa assenza della figura paterna sono manifesti, almeno in Occidente: crescente insicurezza dei giovani, continuo ritardare l’uscita dall’adolescenza, ecc. Lo psicanalista Massimo Recalcati parla a tale proposito di “complesso di Telemaco”, ossia del desiderio del ritorno del padre.
Cosa ha significato per padre Emmanuel vivere questa paternità nell’esperienza della fede?
Credo che anzitutto abbia significato comunicare a chi incontrava - e sono stati molti - il senso per cui vivere. Una paternità è feconda quando comunica il senso della vita. D’altra parte, anche un padre o una madre che generano nella carne, generano per educare: essere padri e madri non è solo generare dal punto di vista biologico, ma vuol dire comunicare un senso della cose, della realtà, della vita, vuol dire educare, introdurre nel senso della realtà. Padre Emmanuel ha testimoniato quel senso ultimo della realtà che ha il volto dell’amore e della misericordia di Dio, di Cristo. Il padre comunicava questo amore totale a Cristo che lo muoveva, l’unica cosa veramente necessaria che non viene tolta (spesso il padre citava le parole di Gesù a Marta nella traduzione latina: porro unum necessarium); un amore a Cristo da cui scaturiva una capacità di abbraccio della realtà nella sua totalità, una capacità di sguardo tendenzialmente totalizzante o come amava dire lui, uno «sguardo cattolico», nel senso etimologico del termine, capace di non dimenticare nessun fattore e di valorizzare ogni particolare. E ci educava a questo sguardo.
Inoltre, vivere una paternità ha significato per lui vivere una autorevolezza nei confronti delle persone. Questo non vuol dire che era perfetto, senza limiti o smagliature; ma semplicemente che è stata una persona impegnata con la propria vita, entusiasta e grato della grazia che aveva ricevuto e che riconosceva nella tanta affezione che riceveva, come ancora ha detto nell’omelia per i suoi 50 anni di messa; una persona certa, sicura, non per superbia intellettuale o adesione ideologica a delle verità, ma perché seriamente abbandonata a Cristo. Ciò che mi colpiva in lui non era solo o tanto vedere un uomo di preghiera, un uomo amante della liturgia, anche se vogliamo un organizzatore efficace, un costruttore di luoghi (basti pensare a quanto ha realizzato in via Kramer o al villaggio di Edolo); soprattutto era vedere in lui un uomo vero che in Cristo aveva trovato lo sviluppo più autentico della sua intelligenza e la pienezza della sua vita affettiva; per cui era capace di accompagnare le persone non estraendole dalla vita quotidiana e normale, ma accompagnandole in essa, mostrando come lo studio, gli affetti, le difficoltà, i progetti per il futuro, tutto questo è più vero, più bello e più grande seguendo Cristo. In tutto questo si manifestava quella autorevolezza propria di una paternità feconda, che fa crescere il cammino degli altri.
Ancora: un elemento decisivo di questa paternità da lui vissuta era che questa paternità era del tutto relativa alla maternità della Chiesa; quella Chiesa che amava come il corpo di Cristo nella concretezza di ogni incontro e circostanza; un amore alla Chiesa vissuto nell’appartenenza ai Cappuccini, resa più feconda e lieta grazie all’incontro con don Giussani e con il carisma del movimento di CL.
Non era certo una paternità autoreferenziale la sua! Sapeva bene che è la Chiesa il grembo che genera i figli nel fonte battesimale, che li alimenta e li sostiene attraverso i sacramenti, la catechesi, l’appartenenza reciproca. Sapeva bene che è nella Chiesa, nella concretezza di una comunità fatta di rapporti e volti concreti, la fonte generativa della educazione. Aveva coscienza viva di essere servitore del corpo di Cristo. La sua persona non si frapponeva come schermo tra chi gli veniva affidato dalle circostanze e la vita del corpo di Cristo. Per questo poteva vivere una libertà nei rapporti, da una parte una intensità e passione nei rapporti, dentro i rapporti, dall’altra una libertà rispettosa, vissuta certo in modo diverso a seconda di chi aveva davanti.
Chiudo con un’ultima sottolineatura su questo aspetto. Come ha potuto padre Emmanuel vivere così intensamente una paternità? Credo che abbia vissuto una paternità autorevole perché si è sempre riconosciuto figlio. Per essere padri occorre riconoscersi figli, ossia appartenenti a qualcuno e lasciarsi continuamente generare. Come diceva don Giussani, nessuno genera se non è generato; non si è padri e non si genera, ossia non si è fecondi, se non si ha nessuno come padre, se non ci si lascia sempre generare dentro un rapporto. Una paternità che rimanda ad un’altra, al mistero che sta all’origine della vita di ciascuno in ogni istante. Questa posizione del padre ha messo in lui la coscienza di essere sempre figlio e la voglia di essere generato. Padre Emmanuel ha testimoniato questo: nel rapporto di sequela con don Giussani, nel suo modo di lasciarsi continuamente educare e nutrire dalla liturgia quotidiana, dalla Parola di Dio abbondante. Questo fino alla fine, secondo quelle possibilità che il declino fisico gli ha permesso. Riconoscersi figlio, sapersi quindi voluto e amato, ha contraddistinto l’esperienza del padre come esperienza ultima di letizia.


 
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